Riflessioni Geografiche n. 30: l’Africa sommersa dai rifiuti urbani

Il binomio Africa – rifiuti, in letteratura e in cronaca, salta spesso fuori in connessione alla questione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e del cosiddetto Obroni Wavu, ovvero “i vestiti morti dell’uomo bianco” (nel linguaggio Akan del Ghana) quindi l’abbigliamento di seconda mano proveniente dall’Europa e dal mondo occidentale, dovuto anche alla fast fashion. Ma chiunque cammini in una grande città africana, anche nelle parti più periferiche, come capita ed è capitato di recente a chi scrive, non può fare a meno di notare un altro gravissimo problema di questo continente: quello legato allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Parliamo di città gigantesche, la maggior parte delle quali prive dei più elementari sistemi di ciclo integrato per lo smaltimento dei RSU. I quali finiscono ammonticchiati e periodicamente bruciati oppure smaltiti direttamente in corpi idrici, con (in)immaginabili impatti ambientali e sulla salute umana.

Per comprendere l’entità del dramma, riportiamo alcune statistiche dell’UN – African Clean Cities Platform Secretariat: “nel 2016, l’Africa ha generato un totale di 174 milioni di tonnellate di RSU. […] Si prevede che la produzione di rifiuti in Africa raggiunga i 244 milioni di tonnellate all’anno entro il 2025”. Lo stesso documento sottolinea l’inevitabile conseguenza della naturale aspirazione umana al consumo di una popolazione urbana in costante aumento: “il tasso di crescita della produzione di rifiuti in questo continente dovrebbe essere talmente elevato da far sì che qualsiasi riduzione prevista in altre regioni del mondo venga superata dall’Africa”. Anche per questo motivo, è un problema complesso che non può essere sottovalutato e va affrontato subito, in ogni Paese del continente (e del mondo), con una pianificazione ciclopica di medio e lungo periodo. Possibilmente con un approccio meno vago e “ingenuo” di quello adottato per i SDGs.

Infografica: UN-Habitat /ACCP Secretariat

Riflessioni geografiche n.14

Nel 2014 le Nazioni Unite hanno proclamato il 13 giugno “IAAD – International Albinism Awareness Day“, la giornata internazionale della consapevolezza dell’albinismo. Il 13 giugno a Wakiso, sobborgo di Kampala, Uganda, si tiene ogni anno una grande manifestazione per celebrare questa data, che richiama le persone con albinismo (in particolare donne e bambini) provenienti dall’immenso distretto. La Fondazione Cariello Corbino sostiene questo progetto da 5 anni. Avendo assistito direttamente alle ultime tre manifestazioni, riusciamo ora a comprendere la doppia valenza del termine “awareness – consapevolezza”, che è sia rivolta al “mondo nero” – per far capire che l’albinismo sia una malattia genetica e non opera del demonio – sia a loro stessi, persone che, nonostante questo handicap, devono sentirsi meritevoli della stessa dignità degli altri e capaci di raggiungere qualsiasi traguardo sia umano che professionale.
In molti paesi Africani le persone affette da albinismo, in particolare nei contesti più economicamente e culturalmente arretrati, sono soggetti a un fortissimo e crudele stigma sociale, che si aggiunge ai gravi problemi di salute causati dall’assenza di melanina a longitudini dove i raggi solari sono particolarmente impietosi.
E’ duopo ricordare che il tema delle discriminazioni, in ogni forma, è particolarmente sentito in geografia (cd. studi postcoloniali geografia per l’inclusione, geografia di genere, geografia e razzismo, queer geography,..).

Foto: la marcia di apertura del 10° IAAD a Wakiso (A. Corbino, 2024).
(Parole chiave: albinismo, Africa, diritti umani, discriminazione).


Riflessioni geografiche n.7

Il fabbisogno mondiale di combustibili puliti per cucinare. Ancora oggi nel mondo, circa 2,3 miliardi di persone (il 29% della popolazione mondiale) dipendono da combustibili non puliti/sicuri per cucinare, quindi per la soddisfazione di un bisogno essenziale. Ciò causa, oltre incalcolabili danni ambientali, come la distruzione delle foreste per il carbone vegetale e l’emissione di gas serra superiori al traffico aereo mondiale, la morte prematura di 3,2 milioni di persone, soprattutto donne. Anche se tutte le aree del mondo (salvo Australia e Nuova Zelanda) sono interessate dal problema, ovviamente circa la metà (935 milioni) è concentrata nell’Africa sub-sahariana, dove il problema colpisce l’82% della popolazione.
La risoluzione del riscaldamento globale (global warming) passa anche per la soluzione di questi enormi problemi, spesso sottovalutati (Fonte: Web. Visual Capitalist / Carbon Streaming’s Community project su dati UN-WHO / Green Cooking Alliance; dicembre 2023).