
(Fonte: Will Media, Will_Ita, su dati BBC-ISW).
Scriviamo questo post al nono giorno dal nuovo conflitto in Medio Oriente, conseguente all’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in cui, ancora una volta, è stato ignorato il diritto internazionale, ormai sempre più “tigre de papel”. Ed è difficile dover scrivere in continuazione di questo argomento, non solo per la pesantezza intrinseca della guerra, ma anche perchè essa, inevitabilmente, comporta caos e imprevisti nell’ordine visibile (quello dei container) ed invisibile (quello dei bit) dell’economia mondiale. A questo proposito gli analisti più attenti sostengono che dietro questa decisione del POTUS più bipolare della storia, vi sia quello di bloccare, o quanto meno ostacolare, l’espansione commerciale della Cina: da qui le pressioni sullo stretto di Panama, le pretese sulla Groenlandia, gli attacchi a Venezuela e, in ultimo, a chi controlla lo stretto di Hormuz. Altri, probabilmente non accreditando “l’uomo” di cotanto acume politico, ci vedono solo la flatulente estroflessione incontrollata di un ego smisurato e la volontà di distrarre l’opinione pubblica statunitense da serie faccende interne di tutt’altra natura. Qualsiasi sia la ragione, le conseguenze sull’economia sono quelle note: economie locali paralizzate nei paesi colpiti, rallentamento dei traffici commerciali mondiali, mercati col fiato sospeso e aumento del costo delle materie prime, combustibili in primis.
Quello che forse è meno noto è l’altrettanto puntuale e repentino aumento delle azioni delle maggiori aziende produttrici di armamenti e di tecnologie militari: già alla prima apertura dei mercati (lunedì 2 marzo) la tedesca Hensoldt e la britannica BAE Systems hanno avuto un rialzo rispettivamente di quasi il 5% e di circa il 6%. Il titolo della difesa Renk è salito di oltre il 3% e Leonardo ha guadagnato oltre il 2%, mentre l’indice più ampio di riferimento, lo Stoxx 600 è sceso di oltre l’1%. Negli Stati Uniti, le aziende statunitensi Lockheed Martin e Northrop Grumman sono salite rispettivamente di oltre il 3% e di circa il 6%, mentre l’indice S&P 500 ha registrato un andamento appena sopra la linea di stabilità (fonte: cnbc.com).
In questo quadro forse vale la pena sottolineare che, come riportato oggi dall’economista Robert Reich, oltre 50 membri del Congresso USA possiedono, tutti insieme, milioni di dollari in azioni di aziende appaltatrici del Ministero della Difesa (pardon, della Guerra) statunitense. E dire che c’è ancora chi crede alle guerre di religione di liberazione!




