Il binomio Africa – rifiuti, in letteratura e in cronaca, salta spesso fuori in connessione alla questione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e del cosiddetto Obroni Wavu, ovvero “i vestiti morti dell’uomo bianco” (nel linguaggio Akan del Ghana) quindi l’abbigliamento di seconda mano proveniente dall’Europa e dal mondo occidentale, dovuto anche alla fast fashion. Ma chiunque cammini in una grande città africana, anche nelle parti più periferiche, come capita ed è capitato di recente a chi scrive, non può fare a meno di notare un altro gravissimo problema di questo continente: quello legato allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Parliamo di città gigantesche, la maggior parte delle quali prive dei più elementari sistemi di ciclo integrato per lo smaltimento dei RSU. I quali finiscono ammonticchiati e periodicamente bruciati oppure smaltiti direttamente in corpi idrici, con (in)immaginabili impatti ambientali e sulla salute umana.

Per comprendere l’entità del dramma, riportiamo alcune statistiche dell’UN – African Clean Cities Platform Secretariat: “nel 2016, l’Africa ha generato un totale di 174 milioni di tonnellate di RSU. […] Si prevede che la produzione di rifiuti in Africa raggiunga i 244 milioni di tonnellate all’anno entro il 2025”. Lo stesso documento sottolinea l’inevitabile conseguenza della naturale aspirazione umana al consumo di una popolazione urbana in costante aumento: “il tasso di crescita della produzione di rifiuti in questo continente dovrebbe essere talmente elevato da far sì che qualsiasi riduzione prevista in altre regioni del mondo venga superata dall’Africa”. Anche per questo motivo, è un problema complesso che non può essere sottovalutato e va affrontato subito, in ogni Paese del continente (e del mondo), con una pianificazione ciclopica di medio e lungo periodo. Possibilmente con un approccio meno vago e “ingenuo” di quello adottato per i SDGs.
Infografica: UN-Habitat /ACCP Secretariat





