Riflessioni geografiche n. 25: l’astensionismo domina la geografia elettorale

Le elezioni regionali 2025 hanno confermato gli equilibri politici già noti: il centrosinistra ha mantenuto il controllo in Campania e Puglia, mentre il Veneto resta saldamente nelle mani del centrodestra. Ma il vero protagonista di questa tornata è stato l’astensionismo, che ha raggiunto livelli mai visti negli ultimi decenni. In tutte e tre le regioni, meno di un elettore su due si è recato alle urne. In Campania ha votato circa il 44% degli aventi diritto, in Puglia appena il 42%, mentre in Veneto l’affluenza si è fermata al 44,6%. Un calo drastico rispetto al 2020, quando la partecipazione superava il 55% al Sud e il 61% al Nord.
Perché non si vota più? Principalmente per disaffezione politica: in Italia, come altrove nel mondo, cresce sia la sfiducia verso la classe politica e verso le istituzioni sia la percezione che il voto non cambi davvero le cose; e forse questa volta hanno giocato un ruolo anche i tre esiti scontati, perché in questo caso si è avuta la netta sensazione che i vincitori fossero già decisi ha spinto molti a restare a casa. E chissà quanto, almeno nei giovani, può aver influito la percezione che non sia più la politica a comandare le regole globali del gioco, ma l’economia e la finanza.
Ecco come è cambiata l’affluenza nelle ultime tre elezioni regionali.

Regione2015/201620202025
Campania~50-55 %55,5 %44,1 %
Puglia~54-60 %56,4 %41,8 %
Veneto~59-63 %61,1 %44,6 %

Il trend è chiaro: in dieci anni la partecipazione è scesa di oltre 15 punti percentuali, e il voto degli under 35 anni è diminuito del 15% dalle precedenti elezioni. Un dato allarmante. Per quanto riguarda l’analisi geografica della rappresentatività del voto complessivo, il calo non è uniforme: nelle aree urbane, come Napoli e Bari, l’astensionismo è stato ancora più marcato. Questo ridisegna la geografia politica: i partiti vincono, ma su basi elettorali sempre più ristrette. In Veneto il centrodestra resta forte, mentre al Sud il centrosinistra tiene, ma con un consenso reale molto ridotto.
È doveroso ricordarlo: quando più della metà degli elettori non partecipa, la rappresentatività delle istituzioni si indebolisce e si lascia il via libera a populismi e aspirazioni dittatoriali. Il “primo partito” diventa chi non vota (e a decidere sono gli altri). È un segnale che non possiamo ignorare, oggi più che mai: la sfida non è solo politica, ma culturale e sociale. C’è in ballo l’essenza stessa della democrazia, in Italia come nel resto del mondo.

Riflessioni geografiche n.23. Gli Stati (Uniti) d’America e Donald I.

In questi giorni, come sempre, tanti Paesi meriterebbero attenzione: il Nepal con l’insurrezione della GenZ; la Palestina con il riconoscimento di Australia, Canada e Regno Unito e la grandissima manifestazione di solidarietà che si è tenuta oggi nelle principali città italiane (il governo è ancora troppo preoccupato a fare le carte per diventare la 51ema stella della Stars&Stripes); i droni russi fuori confine; il Brasile che condanna l’ex presidente Bolsonaro; le proteste in Perù e nelle Filippine. Ma è giocoforza che l’attenzione si concentri sugli Stati Uniti d’America e, per una volta, non per la sua politica internazionale (su cui tanto ci sarebbe da dire), ma sulla politica interna. La politica divisiva di un Presidente apertamente schierato contro i suoi personali nemici “che odia” (parole sue, ribadite al funerale di Charlie Kirk), sta portando indietro il Paese al 1 luglio 1964, ovvero al giorno prima della firma del Presidente Johnson del Civil Rights Act, che mise fine, almeno formalmente, alla segregazione razziale.


L’amministrazione Trump, cioè un manipolo di donne e uomini il cui solo talento risiede nella fedeltà incondizionata al leader maximo, ha il solo compito di eliminare qualsiasi persona sgradita al POTUS: poveri, classe lavoratrice, sindacati, “blacks” and “browns”, popolo arcobaleno, lavoratori stranieri in genere e più in generale, e i nemici, cioè qualsiasi persona non sia d’accordo con le sue idee. Lo avevamo detto in un altro post: Putin è il suo idolo (da qui l’applauso di Trump in attesa sul tappeto rosso in Alaska) e nel secondo mandato sta facendo di tutto per imitarlo. Le cronache interne di questi giorni sono a dir poco raccapriccianti – e si stenta a credere che avvengano davvero negli USA – e raccontano di 300 lavoratori Sud Coreani, legalmente impiegati alla Hyundai in Georgia, sequestrati dalla temuta ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) come criminali; raccontano di truppe federali inviate nelle capitali degli Stati blu – democratici, con la scusa che da soli non riescono a risolvere problemi di crimine comune; raccontano di conduttori di talk show satirici epurati dalle emittenti private su minaccia del governo; dei democratici tutti accusati di essere un gruppo eversivo che odia il Paese. Il piano è pronto: da un lato i miliardari bianchi e i loro tirapiedi (qui sono ammesse sfumature di grigio in caso di fedeltà assoluta), dall’altro tutti gli altri, di qualsiasi colore essi siano. Seguendo alla lettera il famoso discorso del film “Il dittatore” di Sacha Baron Cohen (vedi foto), Trump si prepara ad essere il nuovo Giorgio III, Donald The Great I; e forse qualcuno, vedi il candidato a sindaco di New York Zohran Mamdani o il governatore della California Gavin Newsom, con al seguito un pacifico esercito multicolore, si sta preparando a una nuova guerra (pacifica) d’indipendenza.

Riflessioni geografiche n. 17 – La democrazia non piace più a nessuno!

Come scrive Bernard Crick, professore emerito di dottrina politica e autore di Democracy – A very short introduction (Oxford University Press, 2002) “se esiste un solo vero significato di democrazia, questo è conservato nei cieli e, sfortunatamente, non ci è stato comunicato”.
E’ di ieri la notizia che Erdogan ha fatto arrestare il sindaco di Istanbul e suo principale concorrente alle prossime elezioni presidenziali. A gennaio è stato arrestato il presidente sud coreano Yoon per il fallito auto-golpe. A prescindere dalle definizioni, è evidente che questi siano solo gli ultimi di una serie lunga e globale di segnali che la democrazia non piace più a nessuno, tantomeno a chi governa. E così il POTUS, con la sua inebriante sfilza di ordini esecutivi, non perde occasione per dimostrare la sua “insofferenza” verso chiunque non la pensi come lui, confermando ciò che l’ex premier australiano  Malcolm Turnbull aveva affermato un anno fa: “Quando vedi Trump con Putin, come mi è capitato in alcune occasioni, è come il ragazzino di 12 anni che va al liceo e incontra il capitano della squadra di football”.
Questo non vuol dire che la democrazia – esperimento tanto recente quanto contrastato nella storia dell’umanità – sia fallita. Le piazze piene di manifestanti contro corruzione e caro vita in Turchia, Serbia, Kenya e Argentina (tanto per fare alcuni esempi recenti) sono la dimostrazione che un rigurgito di democratica passione alberga ancora negli animi dei più. Sebbene la lotta contro i regimi totalitari e le aspirazioni dittatoriali appaia sempre più ardua, noi continuiamo a sperare in una nuova, duratura primavera dell’umanità!

(Infografica: Democracy index 2024, da Economist Intelligence Unit 2025).