L’augurio di un ottimo 2026 di Donald Trump, primo premio FIFA della pace, ai venezuelani è l’atto di aggressione unilaterale scagliato via aria e via terra (il Presidente Maduro sarebbe stato catturato e portato via dal Paese) all’incirca alle 2 di notte del 3 gennaio. Dopo circa 30 attacchi omicidi a imbarcazioni e il sequestro di una petroliera venezuelana, il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti, tra un party a Mar-a-lago e una partita a golf, rispolvera così la dottrina di Henry Kissinger sintetizzabile in NIMBY “Not in my back yard”, secondo cui il continente latinoamericano è il giardino del retro della casa USA (quello in cui nei film si vede fare la grigliata con gli amici la domenica, per intenderci) e quindi quegli Stati non sono liberi di governare e autodeterminarsi a casa loro. Il “tan lejos de Dios y tan cerca de Estados Unidos” (tanto lontano da Dio e tanto vicino agli Stati Uniti) del giornalista messicano Nemesio Garcia Naranjo continua a essere il triste motto più attuale in America Latina. E l’ingerenza nella vita degli altri Paesi, con interventi più o meno diretti e palesi, resta un tratto distintivo delle politica estera a stelle (da sceriffo) e strisce (di coca). La scusa è sempre la stessa: il narcotraffico o il comunismo. La realtà anche è sempre la stessa: il controllo delle risorse, l’espansione dei mercati ultraliberisti, i ringraziamenti ai lobbysti dell’industria bellica.
Forse anche la domanda è ricorrente, ma di certo più preoccupante, considerata l’instabilità mentale e il dispregio di ogni regola dell’attuale POTUS: saranno le Nazioni Unite, i governi stranieri, il congresso o gli stessi cittadini statunitensi capaci di gridare a pieni polmoni “enough is enough” a questa Casa bianca da incuboperetta, oppure dobbiamo attenderci una calza della Befana piena di missili per i bimbi della Groenlandia?
